giovedì 18 giugno 2009

Varese e gli artigiani ribelli

L’assemblea degli imprenditori: qui chiuderanno 2mila ditte
Varese e gli artigiani ribelli
«L'autunno ci fa paura»
Il malessere delle «partite Iva» in una delle zone più ricche d'Europa. «Il governo aiuta soltanto i soliti noti»
Dal nostro inviato Dario Di Vico



JERAGO con ORAGO (Varese) - I Cen­to Giorni del conto alla rovescia sono co­minciati. In una calda serata di metà giu­gno capita che nel Varesotto trecento tra artigiani e piccoli imprenditori si riuni­scano per sfogare le loro ansie. E per far sapere alle autorità preposte che Ocse e Fmi avranno pure sentenziato che «il peg­gio è passato» ma ai loro occhi la ripresa dopo le ferie estive, il temutissimo set­tembre dell’anno di grazia 2009, si pre­senta a tinte fosche. E se lo ha detto l’Em­ma Marcegaglia, figurarsi loro che di san­ti in paradiso non ne hanno. Il paese ha un nome da scioglilingua, Jerago con Ora­go, è a pochi chilometri a sud di Varese, laddove la Lombardia assomiglia al Vene­to dei cento capannoni: 57 aziende ogni chilometro quadrato, più di una partita Iva in ogni famiglia. Quasi tutti a Jerago, come nei paesi limitrofi, sono artigiani o micro-imprenditori e di conseguenza nel vecchio auditorium (con le sedie di le­gno) di proprietà dell’onnipresente Curia c’è idealmente presente l’intera popola­zione della zona, il genius loci.

Ad organizzare con puntiglio l’adunata è stato un piccolo imprenditore me­talmeccanico, Alberto Vanzini, un moto perpetuo che per settimane ha inondato di email il ministro Tremonti, la Regione, la Rai e i suoi colleghi. E ha trovato modo di coinvolgere anche i comitati sponta­nei di Imprese che resistono nati tra Tori­no e Cuneo e arrivati in delegazione fin qui nel Varesotto. Sul palco c’è il sindaco del Pdl - medico anche lui con partita Iva - accanto al senatore leghista, all’as­sessore regionale formigoniano Raffaele Cattaneo e al rappresentante della Provin­cia anche lui leghista, di quelli con regola­re cravatta verde. Uno spaccato della rap­presentanza politica territoriale tutta ri­gorosamente di centro-destra e tutta in grado di sciorinare facilmente l’alfabeto d’impresa. Capace in sostanza di dimo­strare al pubblico «che non siamo altro da voi, che la fatica di portare avanti un’azienda la conosciamo anche noi».

Eppure stavolta qualcosa scricchiola tra politica e territorio in una delle aree più ricche dell’intera Europa, l’effetto co­munità non basta più a sedare gli animi, la paura di abbassare la claire in autunno una volta per tutte è così forte che le soli­darietà anche quelle più automatiche va­cillano. È improbabile che qualcuno dei presenti in platea abbia votato a sinistra due domeniche fa, ma il clima per certi versi ricorda le assemblee «laburiste» de­gli anni Settanta. Con una piccola diffe­renza: al posto degli operai e dei loro stri­scioni rossi, ora c’è il nuovo Quarto Sta­to, i micro-imprenditori che non amano portare cartelli e sventolare bandiere e che prima di entrare in sala compilano di­ligentemente il foglio che riepiloga le aziende presenti. Una volta seduti resta­no inchiodati al loro posto, non gridano slogan, non fischiano, ma non per que­sto è facile convincerli. Anzi. I politi­ci- oratori sanno benissimo che quelli in platea sono propri elettori sanno però al­trettanto bene che il governo di Roma di margini per intervenire non ne ha tanti. Con grande coraggio lo ammette Massi­mo Garavaglia, il senatore del Carroccio che segue le partite Iva: loda la politica rigorista del ministro Giulio Tremonti e coerentemente sostiene che gli incentivi fiscali non è detto che arrivino. «Si farà qualcosina in più di quello che abbiamo già fatto». (Seguono timidi battimani di stima).

L’applauso più forte scatta invece quando Giorgio Merletti, il presidente della Confartigianato se la prende con i soldi che il governo ha dato alla Fiat, al­l’Alitalia e persino alla Indesit dei Merlo­ni. «Berlusconi un anno fa ci aveva detto che ciò che va bene per le piccole medie imprese va bene per il Paese, ma poi ha aperto il portafoglio solo per i soliti no­ti ». Gli enti locali, invece — lo riconosco­no tutti — hanno fatto i salti mortali no­nostante dovessero obbedire al patto di stabilità. Hanno trovato nelle pieghe del bilancio le finanze per tutelare le fasce de­boli o per ampliare la copertura degli am­mortizzatori sociali. Ricordate gli stanzia­menti per attutire le difficoltà di Malpen­sa e che servivano a risarcire lo schiaffo di Air France? Beh, alla fine si è speso me­no di quanto si pensasse e una buona fet­ta è servita per pagare la cassa integrazio­ne alle aziende dell’indotto che ne aveva­no bisogno.

In Lombardia più di 4 mila imprese stanno per chiedere nuova Cassa ma il numero shock lo pronuncia proprio Merletti: «Dai nostri calcoli in autunno nella provincia di Varese chiuderanno almeno 2 mila aziende». Nessuno se la sente di smentirlo, la gen­te in platea sobbalza ma in cuor suo lo sapeva. Le autorità sul palco comin­ciano un tantino a preoc­cuparsi della temperatu­ra (politica). Perché da quel punto in poi è come si fosse aperta una diga. «In Italia le grandi impre­se non falliscono mai e delocalizzano quando vo­gliono» sostiene il giova­ne rappresentante della Confapi e propone di stornare i soldi tolti agli usurai e alla mafia per darli alle aziendine del Nord. Il segretario locale degli artigiani rossi, la Cna, attacca Gerico e tut­ti in sala sanno che non se la sta prendendo con la città biblica bensì con il software che governa «il calcolo di congruità» degli studi di settore ed è l’avversario dichiarato di ogni partita Iva. Gli applausi fioccano.

Per rincarare la dose prendono il micro­fono i torinesi di Imprese che resistono e ce n’è per tutti, dalla Confindustria al­­l’Istat ma il bersaglio privilegiato è il si­stema del credito. «Uno dei nostri - raccontano i piemontesi - ha scritto una mail al direttore della sua banca e gli ha detto 'che devo fare della mia azienda, se volete che chiuda ditemelo ma non lasciatemi qua a prendermi l’esaurimento nervoso'». In una norma­le e paludata assemblea sarebbe arriva­to il momento delle conclusioni. Il più coraggioso tra i politici sul palco si inca­rica di tirarle come da manuale ma, in­cassato il battimani di circostanza, a mi­crofoni spenti ammette preoccupato: «Quello di stasera è un segnale non sot­tovalutare. Non l’avrei detto». Intanto fuori dall’auditorium nei commenti a caldo degli artigiani ribelli c’è spazio an­che per i paragoni più impegnativi. «La Cina è diventata così perché ha sostenu­to le piccole e medie imprese!» Domeni­ca si replica: nuova assemblea, stavolta a Varese.

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